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Recensioni

  • 1_5_2011 - "La miseria e i delitti" su A-rivista anarchica

    Il mito della società naturale

    di Nico Berti

    da «A-rivista anarchica» n. 362, maggio 2011

    Nella storia dell’anarchismo italiano la figura di Pietro Gori occupa un posto significativo: è stato infatti, tra la fine dell’Ottocento e gli inizi del Novecento, di gran lunga l’esponente più popolare del movimento. Recentemente si è svolto a Pisa un convegno dedicato alla sua attività politica, sociale e culturale; nello stesso tempo la Biblioteca Serrantini ha pubblicato, a cura di Maurizio Antonioli e Franco Bertolucci, una antologia dei suoi scritti: Pietro Gori, La miseria e i delitti, BFS, Pisa 20011, euro 14,00; antologia che comprende temi riguardanti la sociologia penale e la sociologia criminale: un insieme di problemi che hanno avuto da parte del “poeta dell’anarchia” un’attenzione primaria. L’introduzione di Antonioli e Bertolucci dà conto tuttavia anche del più generale rapporto fra Gori e la storia del movimento operaio e socialista, affrontando alcune importanti questioni storiografiche e ideologiche. Sotto il profilo strettamente scientifico, La miseria e i delitti non può essere considerato oggi un testo di attualità. La sua importanza risiede invece nel rappresentare un chiaro esempio della mentalità progressista dell’epoca, la quale, a sua volta, riflette, in questo caso, una fede politica e ideale non comune perché mette in luce il senso profondo che animava una parte dell’intellettualità anarchica e dunque, di riflesso, evidenzia il peso e il significato della sua militanza e dell’incidenza propagandistica che essa ha avuto presso le classi subalterne. La cifra più importante dell’interpretazione goriana consiste nell’intrecciare la credenza deterministica, allora dominante, con il volontarismo etico. Si tratta dunque di leggere La miseria e i delitti alla luce di questo insieme problematico. Sintetizzando al massimo, possiamo dire che Gori non esce dall’ambito culturale del suo tempo, cioè dal positivismo. La sua concezione risente in modo quasi determinante di tale visione che assegna alla scienza il conseguimento della verità, sia essa sociale, politica, economica o filosofica. A suo giudizio la storia è depositaria di un tracciato destinato al miglioramento continuo del genere umano. La visione goriana è fondata su un sostanziale ottimismo antropologico, con un approccio enfaticamente illuministico, per cui tutto il passato è giudicato in modo negativo. Nel positivismo di Gori non vi è soluzione di continuità tra il mondo fisico e il mondo morale, essendo tali determinazioni soltanto delle espressioni diverse di una medesima realtà. Infatti le stesse leggi che reggono le sorti del mondo naturale reggono anche quelle del mondo morale. Ne consegue che l’azione degli uomini è inserita organicamente senza soluzione di continuità in questo tutto; essa, in sostanza, è priva di una propria autonomia. E con ciò Gori riprende la polemica materialistica contro la concezione “idealistica” del libero arbitrio, che intende prescindere dalla forza cogente del contesto storico, geografico, economico e sociale. La volontà umana, malgrado l’illusione di essere libera e sovrana nella sua scelta, non fa che subire le forze esterne e interne, fisiche, sociali o morali tra loro amalgamate, per cui la scelta della volontà non è in ultima analisi che la pressione inavvertita, ma non meno esistente, dei motivi psichici coagenti sulla volontà stessa. E come non si può sfuggire al contesto fisico-naturale, così non si può sfuggire al contesto storico-sociale. Di qui l’evidente predominanza della società rispetto all’individuo, il quale si trova, in un certo senso, condizionato in modo determinante dall’ambiente che lo circonda. Poste l’insieme di queste premesse, è legittimo allora chiedersi: cosa spinge gli esseri umani alla ribellione e alla ricerca della libertà? Se sono fisicamente e socialmente determinati, come riusciranno a diventare liberi? A queste ovvie domande Gori risponde, richiamandosi a Kant e Guyau; afferma infatti che se l’uomo è figlio dell’ambiente lo è «anche di se stesso», cioè del suo senso morale, il quale gli impone di riconoscere il diritto altrui spingendolo a rispettarlo. Di qui l’idea che il senso rivoluzionario è un sentimento morale, per cui la ribellione non è altro che il diritto di legittima difesa che rende necessaria la violenza nell’individuo e nella società; essa è il fondamento morale delle rivoluzioni contro qualsiasi forma di tirannia, anche se «la morale anarchica è la negazione completa della violenza». Poiché l’uomo fa tutt’uno con la società, occorre che questa sia capace di rispondere alle necessità insopprimibili degli individui. Solo una società liberata dall’oppressione della proprietà privata può essere in grado di fronteggiare un simile compito. Pertanto la società anarchica non potrà che essere quel regime sociale dove la soluzione del problema della libertà presupporrà una soluzione socialista della proprietà, soluzione, a sua volta, che giungerà alla sua applicazione integrale soltanto attraverso il principio della giustizia comunista (“ognuno dà secondo le sue forze e riceve secondo i suoi bisogni”). Infatti l’anarchia non è che il coronamento necessario ed ineluttabile del socialismo perché se il socialismo vuol dire la fine d’ogni sfruttamento dell’uomo sull’uomo, l’anarchia significherà la soppressione d’ogni autorità dell’uomo sull’uomo. Ecco perché, più che proclamare astratti diritti, è molto meglio parlare di concreti bisogni, i quali sono il substrato positivo d’ogni diritto. Concepiti nella loro ultima essenza (cioè nella loro ragione naturale), essi si riducono al diritto di vivere e al diritto di amare. D’altra parte il soddisfacimento di queste primarie istanze naturali può avvenire attraverso il carattere tutto spontaneo e libero del loro funzionamento, che implica la necessità di assecondarne il flusso poiché esso coincide con l’intrinseco carattere “naturalistico” della società. Affiora così, attraverso il determinismo positivistico, un topos classico dell’anarchismo, quello del mito della società naturale quale esistenza antecedente al “degenerato”, successivo sviluppo storico: l’anarchia è insomma il coronamento culturale della società naturale. Siamo, come si vede, alla vulgata di Rousseau, Godwin e Kropotkin. Gori, infatti, enfaticamente si domanda: «l’ordine ammirabile della natura ha egli bisogno di altre leggi, all’infuori di quelle rigide e inviolabili da cui dipende tutta l’esistenza delle cose, e lo sviluppo dei fatti e dei fenomeni? No! Perché questo è l’ordine vero; e le sue leggi sono ubbidite dappertutto senza bisogno di gendarmi, poiché se qualcuno si mette contro di loro trova nella sua disubbidienza il castigo meritato». In conclusione, l’anarchia è finalmente la scoperta del vero ordine sociale, tanto da poter concludere che «gli odierni rivoluzionari sono i veri elementi d’ordine». Naturalmente la realizzazione di questa utopia non porterà alla realizzazione della società perfetta, al conseguimento della felicità universale, perché il male «non scomparirà del tutto»; esso, però, «diminuirà grandemente la somma delle sofferenze umane».

    http://anarca-bolo.ch/a-rivista/362/53.htm


    SCHEDA: La miseria e i delitti
  • 10_12_2010 - "La miseria e i delitti" su Pisanotizie.it
    Il volume edito da Edizioni Bfs, a cura di Franco Bertolucci e Maurio Antonioli, dedicato ai primi testi teorici e di studio dell'avvocato, pubblicista e militante anarchico. Una nuova edizione critica per comprendere appieno la formazione e la ricchezza teorica e d'azione che hanno fatto di Gori una delle voci più ascoltate nella storia dell'anarchismo internazionale. [...]
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