Manfredonia: la catastrofe continuata e il Movimento Cittadino Donne

Ghezzano (PI), Via G. Carducci, 13 loc. La Fontina - Associazione amici della Biblioteca F. Serantini e ISDE

8 marzo, 2021 - seminario di studi (ore 18-19,30)

Manfredonia: la catastrofe continuata

iniziativa in ricordo di Mirella Scriboni, insegnante e scrittrice (1950-2017) in occasione della Giornata della Donna

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Il 1976 in Italia è ricordato per il terremoto in Friuli e per il disastro di Seveso. Ma il 26 settembre 1976, a Manfredonia, nello stabilimentoANIC, poi diventato Enichem, un’esplosione nel reparto di produzione dell'urea riversò arsenico nella fabbrica ed una nuvola con oltre 15 tonnellate di arsenico si spinse verso l’abitato contaminando suolo, case e piante. Nelle operazioni di disinquinamento dello stabilimento gli operai lavorarono senza protezioni, quasi nulla fu fatto per la popolazione. Diversamente da Seveso non ci furono effetti sanitari immediatamente visibili.

Negli anni però si susseguirono diversi altri incidenti che allarmarono molto la popolazione. E quando nel 1988 la Deep Sea Carrier, “nave dei veleni”, che trasportava rifiuti tossici italiani venne rimandata indietro dai paesi africani, la popolazione insorse, occupando perfino il Comune.

L’ondata di protesta, che durerà alcuni giorni e che verrà ricordata come le “quattro giornate di Manfredonia”, si allargò rapidamente anche al petrolchimico, si costituì un Comitato Cittadino rappresentato da tutte le categorie sociali e per due anni, nelle tende installate in Piazza Duomo, la popolazione partecipò a quella che fu chiamata “l’università in piazza”: per diffondere le conoscenze e riappropriarsi del territorio. Nacque così il Movimento Cittadino Donne.

Nell'ottobre del 1988, tremila donne firmarono la petizione per chiedere alla Corte Europea dei Diritti dell’Uomo il riconoscimento dei danni arrecati dall’Enichem alla salute e all'ambiente e, dieci anni dopo, la sentenza riconobbe la violazione dell'articolo 8 della Convenzione Internazionale dei Diritti dell'Uomo e lo Stato Italiano venne condannato al risarcimento di una somma simbolica (dieci milioni di lire) a ciascuna delle quaranta firmatarie.

A metà anni Novanta dall'incontro tra il medico Maurizio Portaluri e l’operaio Nicola Lovecchio nacque l’idea di presentare un esposto contro l’ANIC e la Società Chimica Daunia (SCD), iniziativa che portò all'inchiesta condotta dalla Procura di Foggia e al rinvio a giudizio dei vertici del petrolchimico. Nicola Lovecchio, non fumatore, era stato capoturno del reparto insacco fertilizzanti ed era presente il giorno dello scoppio del 1976, morì di tumore polmonare nel 1997 a 50 anni, come altri ventisei lavoratori.

Parleremo di questa storia con Giulia Malavasi e Maurizio Portaluri.

Giulia Malavasi vive e lavora a Firenze. Laureata in Storia contemporanea, si è dedicata alla storia dei comitati fiorentini impegnati sulla disabilità e di Gabriella Bertini, figura di primo piano nelle mobilitazioni per i diritti delle persone con lesione midollare. Dal 2016 ha integrato lo studio dei movimenti della società civile a tematiche di storia ambientale, con il recupero della storia di Manfredonia. Più di recente è stata coinvolta in un progetto di ricerca in Valle del Serchio (Lucca) relativo alle dinamiche di industrializzazione del territorio. Collabora con le associazioni Sgabuzzini Storici e Medicina Democratica.

Maurizio Portaluri fa il medico ospedaliero a Brindisi dove è nato. Ha lavorato negli anni Novanta all’ospedale di San Giovanni Rotondo (fg) dove è entrato in contatto con la realtà post-industriale di Manfredonia. Da allora si è occupato oltre che della cura dei tumori anche delle loro cause attraverso gli studi eziologici ed epidemiologici, ambientali e lavorativi. Per questo si è trovato spesso a fornire consulenza ai movimenti per il diritto alla salute e all’ambiente salubre. Dirige la testata on-line www.salutepubblica.net. 

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